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Intelligenza artificiale

“L’Intelligenza Artificiale sarà la più importante conquista dell’uomo, peccato che potrebbe essere l’ultima.”
Stephen Hawking
Intelligenza artificiale, un vero e proprio ossimoro, due parole che insieme producono un paradosso: si può attribuire all’artificiale una prerogativa tipica della natura umana, ossia l’intelligenza?
Non è un problema linguistico che, evidentemente, si deve essere posto John McCarthy quando, nel 1956, coniò il termine “intelligenza artificiale”. L’intelligenza artificiale è fondamentalmente un insieme di algoritmi. Un robot, un software che gli sviluppatori cercano di rendere “intelligente”, ovvero capace di imparare dai suoi stessi errori, crescere e migliorare, apprendendo.
Esistono due filoni di teorie sull’intelligenza artificiale delle macchine: l’IA forte e l’IA debole. Parliamo della prima quando un computer o un robot avrà un’intelligenza propria, autonoma e indipendente, pari o superiore a quella umana. Si parla, invece, di IA debole quando un computer non sarà mai in grado di raggiungere le capacità intellettive umane, ma solo simulare alcuni processi cognitivi umani senza riuscire a riprodurli nella loro totale complessità.

A volte, quando parliamo di intelligenza artificiale pensiamo di riferirci ad una realtà concettuale collocata in un futuro molto lontano da noi. Ma è davvero così? In realtà, utilizziamo quotidianamente sistemi avanzati che si basano su tecnologie di IA. Spesse volte però, non sappiamo riconoscere che stiamo utilizzando servizi che si servono di specifiche ad altissimo contenuto tecnologico e “intelligente”.
Ma quali sono?
Chatbot: molte aziende e canali social utilizzano sistemi di messaggistica istantanea automatizzata per esigenze di customer care. Questi applicativi sono capaci di traslare la lingua colloquiale o formale che l’utente utilizza durante la digitazione e, tramite un complesso sistema di riconoscimento, riescono a fornire risposte accurate e aderenti al quesito posto.
Assistenti virtuali: eh già! Siri e Cortana sono sempre disponibili a svolgere ricerche per noi, a cercare informazioni sul meteo e a dare indicazioni per raggiungere luoghi. Sono sì, voci senza un corpo, ma grazie ad un potente algoritmo, sono capaci di identificare e riconoscere il linguaggio imparando con il tempo (dalle abitudini di ricerca), per raffinare ulteriormente i risultati secondo le nostre esigenze.
Software anticrimine: Londra, New York ed altre metropoli utilizzano già sistemi ad alta tecnologia per il riconoscimento facciale al fine di garantire la sicurezza dei propri cittadini; sempre più città si stanno dotando di sistemi di segnalazione e riconoscimento di soggetti pericolosi e precedentemente schedati.
Giornalismo: algoritmi informatici sono in grado di produrre flash news su argomenti finanziari o sportivi. Alcuni siti come Foz e Yahoo! li utilizzano già con successo.
Domotica: i nuovi sistemi domotici sono dispositivi automatizzati capaci di regolare la temperatura, l’umidità e l’illuminazione della nostra casa in base alle nostre abitudini.
Da pochi mesi in Italia è arrivato Google Home, uno smart speaker che grazie all’intelligenza artificiale, recepisce, analizza e traduce in bytes un comando vocale dell’utente, e risponde di conseguenza. Il nuovo supermercato Amazon Go però ci ha lasciato tutti senza parole. Il primo negozio al mondo senza impiegati. Non ha cassieri, e non ha nemmeno casse, ma solo tornelli, app, sensori e telecamere. Un metodo di shopping decisamente innovativo. Il funzionamento, nella pratica, è semplicissimo: all’ingresso nel supermarket ci si fa riconoscere dal sistema aprendo l’app dedicata sul proprio smartphone e “passando” un QR Code ai tornelli d’ingresso. Da quel momento, è sufficiente prendere i prodotti che si desidera: il supermercato, che controlla la spesa di ogni cliente grazie a sensori posti sugli scaffali e a centinaia di telecamere posizionate sul soffitto, provvede automaticamente a conteggiare ciò che si è acquistato grazie a un sistema di intelligenza artificiale basato sul machine learning. Quando si esce, si riceve il “conto” della spesa direttamente sullo smartphone, senza nessun altro tipo di controllo. Sono infinite le applicazioni che potremmo avere a portata di mano nei prossimi tempi e che saranno fondate sull’intelligenza artificiale.
Ma come tutti voi, anche noi ci chiediamo: la tecnologia prenderà il sopravvento?

Costruiamo una console

Per descrivere la Nintendo Labo potremmo usare il termine confluenza: nuova espansione per la Nintendo Switch, uscita sul mercato il 27 aprile 2018, non si tratta d’altro che di una fusione tra ciò che normalmente definiamo videogioco e qualcosa che invece percepiamo molto distante dal mondo videoludico. Aprendo il Kit vediamo che all’interno vi sono solamente fogli di cartone da assemblare tra di loro, grazie anche all’aiuto di occhielli, elastici e cordicelle, oltre alla cartuccia che si inserisce nella console, contenente tutti i minigiochi che si abbinano alle creazioni costruite. Non serve altro: unendo ed incastrando i vari pezzi riusciamo ad ottenere il Toy-Con, corpo e culla nella quale viene messa la Nintendo Switch con i Joy-Con, ma tutto ciò non è solamente una semplice costruzione di cartone che serve a sostenere la console.

La struttura costruita prende vita a contatto con la Switch grazie ai suoi sensori di movimento e la telecamera a infrarossi e si apre così una nuova piattaforma videoludica. L’obbiettivo della Nintendo appare chiaro: unire due generazioni di videogiocatori molto distanti per motivi anagrafici. Gioca con la nostalgia dei più grandi e stimola la curiosità dei più piccoli, è uno sguardo innovativo al passato, che non deve essere dimenticato o considerato noioso, ma fonte di nuove idee stimolanti. Nell’era dell’avanzamento tecnologico ciò che ci coglie di sorpresa sono innovazioni come il visore VR o il 4K, ma la bravura della Nintendo di fondere il mondo analogico con quello digitale, riesce a rendere invitante anche un gioco ibrido come la Labo Switch. La famosa industria giapponese cavalca l’onda del minimalismo portando avanti l’ideologia dell’inventore e autore di videogiochi Gunpei Yokoi: “lateral thinking with withered technology”. La provocazione è palese, ma l’intenzione non è di fratturare per ricostruire, quanto di ricordare per creare qualcosa di nuovo: la memoria è la chiave di questo progetto. “Monta, gioca, scopri” questo è il biglietto di presentazione che la Labo ha scelto di esibire: messaggio facile, diretto e chiaro che già fa intuire come questo gioco non sia isolante (come ad esempio la tecnologia del VR) ma aggregante, facendo sviluppare anche altri interessi e attitudini. I kit, per ora, sono solo due: il primo (kit assortito Toy-Con 01) si può costruire una moto, una canna da pesca o un pianoforte. Il secondo invece (Robot Toy-Con 02) rende possibile costruirsi uno zainetto, caratterizzato da un sistema di corde da collegare a mani e piedi e all’interno del quale si colloca il Joy-Con destro, mentre il Joy-Con sinistro viene inserito in un visore collegato direttamente con il televisore, facendo così in modo che tutte le mosse del giocatore possano essere replicate. L’azienda nipponica al lancio della nuova Nintedo Labo l’ha definita “una nuova esperienza interattiva per Nintendo Switch che farà la gioia di adulti e bambini”, convinta della sua strategia e vedremo se il colosso del mondo videoludico ci ha visto giusto ancora una volta e nel caso in cui sarà così ci sarà da gustarsi il surclasso delle nuove tecnologie da parte di una console di cartone.

Analogico vs digitale

Nel 1981 Sony presenta la Mavica, la prima macchina fotografica digitale, da allora i tempi sono cambiati. Si è cercato di distaccare ogni foto creata dalla vecchia ed usurata pellicola, fino a pochi anni fa. Negli ultimi anni il vintage è tornato a dettare le leggi della moda e non solo. Ha ripreso le redini anche nella fotografia, facendo riscoprire a chi aveva abbandonato la cellulosa la magia dell’attesa per lo sviluppo del rullino, l’attenzione, la pazienza e la sorpresa nel vederne il risultato, spesso lontano dalle aspettative ma appunto per questo, romantico. Molto velocemente si è passati al Vintage 2.0: applicazioni che dal telefono scattano in stile analogico, come “GUDAK”. L’interfaccia ripropone su schermo il look di una usa e getta vera e propria. Una caratteristica peculiare dell’App è quella di scattare prima le foto per poi aspettare tre giorni per lo “sviluppo” per poterle vedere nella propria galleria. Ma sapreste veramente riconoscere una foto analogica da un “fake”? Nelle pagine successive troverete degli scatti fatti con una pellicola a colori ed altri con una macchina digitale, provate ad indovinare quali sono.
(Le soluzioni le troverete dal 10 luglio sul nostro profilo Instagram: @nidnecessaire)

La sfilata dell'umanità

Dando retta al canto XI del Paradiso di Dante «Perugia sente freddo e caldo  da Porta Sole; e di rietro le piange  per grave giogo Nocera con Gualdo.» Lasciato appunto dietro il “grave giogo”, la panoramica di Porta Sole suggerisce una dolce discesa che apre di metro in metro la vista su Piazza IV novembre, come una veste che lasci intravedere una lontana nudità del corpo con mistero e solennità. O forse è davvero una veste. La Fontana Maggiore, a un occhio più preciso di quello solo reale, si manifesta come un abito nuziale che s’allarga a cerchio sul terreno, mossa da una danza perpetua che non fa scorgere, alla sua sommità, il volto della dama. Ecco cosa succede: nel pieno di un centro storico ogni giorno è presente al centro della piazza una dama ignota incredibilmente simile alla Natura di Goethe, la  folle danzatrice che nella sua danza sfrenata perde gli uomini che le sono aggrappati senza fedeltà e senza memoria. 

Perugia è abituata alle sfilate: il calpestìo disarmonico del mondo civile misto a puntuali passeggiate di gentili signore e signori centrifuga lungo Corso Vannucci sia le umane distrazioni che personali colpi di classe; la Sala dei Notari ospita in un vortice democratico le più disparate manifestazioni culturali e amministrative. È impossibile non pensare al genio aristocratico che fa di quella meravigliosa sala l’anticamera della sfilata più elegante dell’anno, di cui queste righe vogliono essere una festa preventiva. Le energie di un anno intero di inconsapevole bellezza cittadina, sapientemente nobilitate da una scuola di pensiero e azione di giovani talenti, si condenseranno anche il prossimo 6 luglio, come un climax di un atto di coscienza, come un excursus onirico che si tramuta in un perfezionamento. Un ordine dal caos. Evidentemente la parola “moda” tradisce il suo profondo significato, nel linguaggio comune: essa non ha niente di passeggero, scherza con il tempo sovrastando la banalità del quotidiano, talvolta mettendosene al servizio, talvolta ricordando mondi superiori; esattamente come fanno il Grifo e il Leone Guelfo della Sala dei Notari, che per un giorno proteggono modelli e modelle lungo la scalinata, avvertendo una parentela nelle intenzioni che ha un forte sapore metafisico. Tuttavia nulla della sfilata si impone alla città come un dovere. Oscar Wilde direbbe: «L'unico modo per farsi perdonare la troppa eleganza è l'essere sempre troppo educati.» Quella parola chiave che è appunto l’educazione, nel duplice significato di garbo e di insegnamento. Dal latino educere, “tirare fuori”, quanto poi di fatto accade a chi per lavorare alla sfilata, educa e viene educato contemporaneamente.
Lo studente e il maestro, inevitabilmente migliorano nel rispetto dei ruoli e nel valore insuperabile del sacrificio. Lo stesso di
un’Olimpiade: il sudore dell’allenamento è il sale che si tramuta in oro, nella medaglia. Nell’impegno si cela l’alchimia del talento.
È così che la distrazione dei passanti del centro viene sublimata in un pomeriggio frutto di un lavoro di un anno intero. Il processo di elaborazione di un abito è il continuo tornare in circolo su sé stessi e migliorarsi capendo di quante parti può essere fatto l’apprendimento, e da quanti dubbi si forma il proprio gusto: l’umanità si veste di indumenti quanto di opinioni e presunte certezze; uno stilista non può non compiere più viaggi attorno all’uomo per pensare minimamente di ricamarci sopra un’idea. Uno dei viaggi più importanti tuttavia sta nell’ironia e nella leggerezza: la stessa che quest’anno avrà spazio nelle T-Shirt. Per essere educati e garbati in centro storico, si metterà in scena un’opera in cui si attua il dialogo fra pop e tradizione. La signora con le Hogan e le buste della spesa appoggiata al muro della Cattedrale di San Lorenzo, avrà di fronte finalmente, grazie alle t-shirt, una scena che potrà dare un senso alla propria contraddizione storica vivente.
O magari già solo un po’ di buonumore. La collezione Textile riprende la tradizione del ricamo della madre di quella inconsapevole signora perdendosi nei meandri di fotografie futuristiche, geometriche, surreali di un 2018 che fa da proiettile per il futuro. Come non assistere a questo teatro cittadino? Mai la vita sembrerà più uguale a se stessa! La moda, dicevamo, non è passeggera, accetta semmai miriadi di passeggeri dentro di sé ma il viaggio è mistero. Da questo panorama di educazione e esplosione di Vita ci volgiamo al termine con le parole di Plotino, filosofo poco “di moda”, ma pieno di stile. Parole che dedico agli studenti, ai maestri, ai modelli, ai passanti, alla fantomatica signora con le Hogan ma soprattutto a noi stessi: «l’insegnamento giunge solo a indicare la via e il viaggio, ma la visione sarà di colui che avrà voluto vedere.»

Mammalucco



SOST.

Allocco.

Illustrazione di
Nicholas Martini

Tratto da "Il libro delle parole altrimenti smarrite",
di Sabrina D'Alessandro, Rizzoli, 2011.

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MAGGIO 1933 - NEW JERSEY
Richard Hollingshead, magnate dell'industria chimica, ha una folgorante intuizione: tende un lenzuolo tra due alberi nel suo giardino e vi punta contro l'obiettivo di un proiettore appoggiato sul tetto della sua auto, dando così vita ad una prima forma rudimentale di "cinema all'aperto".

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Magazine periodico di cultura e design a cura della redazione del NID - Nuovo Istituto Design di Perugia.